Angela Cipriano, intervista – ottobre 2026

«Della notte della Concordia ricordiamo soprattutto una telefonata»

Che cosa ha apprezzato del documentario Netflix sulla Concordia?

Soprattutto il fatto che abbia portato all’attenzione del grande pubblico aspetti rimasti per anni sullo sfondo. Consentono di guardare la Concordia non soltanto attraverso la figura del comandante, ma come una nave, quindi come un’organizzazione fatta di persone, ruoli, procedure e apparati.

Una cosa è che un fatto sia documentato, un’altra è che entri davvero nella conoscenza collettiva.

Quali sono gli elementi che considera più significativi?

Uno è certamente l’errore del timoniere.
Molti spettatori lo hanno percepito come una rivelazione, ma è nella ricostruzione processuale da anni.
Nella fase immediatamente precedente all’impatto, il comandante Schettino impartisce al timoniere una serie di ordini di accostata.
Quando ordina di accostare a sinistra, prima di dieci e poi di venti gradi, Jacob Rusli Bin accosta invece nuovamente a dritta.
I periti quantificano in circa tredici secondi il ritardo.

Nel suo lavoro insiste molto sulla necessità di leggere integralmente le sentenze. C’è un passaggio che secondo lei è rimasto particolarmente in ombra?

Sì.
Uno riguarda Roberto Bosio, comandante in seconda della Concordia.
La sua posizione era stata archiviata e quindi nei suoi confronti non vi fu una pronuncia di condanna.
Ma quando si legge la sentenza del Tribunale di Grosseto si scopre un elemento che raramente è entrato nel racconto pubblico : i giudici prendono espressamente le distanze da quella archiviazione.
Il Tribunale scrive, «contrariamente alla tesi sostenuta dall’accusa e recepita dal Gip», di ravvisare in capo al comandante in seconda profili di condotta colposa in collegamento causale con gli eventi di morte e lesioni.
E, affrontando la gestione dell’emergenza, aggiunge che una responsabilità omissiva avrebbe dovuto essere contestata anche a Bosio, oltre che al comandante Schettino. Naturalmente questo non trasforma un’archiviazione in una condanna. Sono due cose giuridicamente molto diverse e vanno tenute distinte.
Ma se vogliamo ricostruire ciò che il Tribunale ha effettivamente scritto sulla notte della Concordia, non possiamo ignorare neppure questo passaggio.

Perché lo considera così importante?

Perché ci riporta alla nave e alla sua organizzazione.
Nella stessa sentenza si legge che «il comandante di una nave delle dimensioni della Concordia non può fare a meno dell’ausilio e collaborazione degli altri ufficiali, in primo luogo del vice».
È una frase che per me dice molto.
Non cancella né trasferisce la responsabilità del comandante : descrive però una struttura complessa nella quale esistono funzioni, compiti e responsabilità differenti.
Ed è proprio questa dimensione della Concordia che per molti anni è rimasta schiacciata da una narrazione quasi interamente concentrata su una sola figura.

Bosio, però, non è l’unica posizione diversa da quella del comandante che emerge dagli atti.

No. Prima del processo a Schettino, cinque persone avevano già definito la propria posizione attraverso sentenze di patteggiamento: Ciro Ambrosio, Silvia Coronica, Jacob Rusli Bin, Roberto Ferrarini e Manrico Giampedroni.
Le loro posizioni non sono sovrapponibili : Ambrosio, Coronica e Rusli Bin riguardano condotte concorrenti relative al naufragio ; Ferrarini e Giampedroni profili legati alla gestione dell’emergenza.
Ma c’è un dato che considero particolarmente significativo : quando il Tribunale arriva alla commisurazione della pena di Schettino, afferma espressamente che «deve ugualmente tenersi conto dei concorsi colposi» che trovano riscontro nelle sentenze di patteggiamento.
Non è quindi una mia interpretazione sulla necessità di considerare altre condotte.
È un elemento che il Tribunale stesso prende in considerazione nel momento in cui gradua la pena.

Che immagine della Concordia emerge mettendo insieme questi elementi ?

Quella di una nave che va studiata anche come organizzazione.
Il comandante rimane il vertice di una struttura gerarchica, ma una struttura gerarchica non è una struttura composta da una sola persona.
Per comprendere come sia stato possibile arrivare a una tragedia di quelle dimensioni bisogna guardare anche al funzionamento della plancia, alla catena di comando, alla preparazione dell’equipaggio, alle procedure, agli apparati e alla gestione dell’emergenza. È lì che la lettura delle sentenze diventa, secondo me, molto più interessante della rappresentazione semplificata che è rimasta nella memoria collettiva.

Eppure, se pensiamo alla notte della Concordia, che cosa è rimasto soprattutto nella memoria collettiva ?

Una telefonata.
«Vada a bordo, cazzo» ha finito per rappresentare quasi da sola quella notte.
Ha occupato progressivamente uno spazio enorme nel racconto pubblico, fino a rendere difficile riportare dentro la storia tutto ciò che non coincideva con quella rappresentazione.
Eppure quella telefonata arriva all’1:46, quando il naufragio, l’evacuazione e la gestione dell’emergenza hanno già una lunga storia alle spalle.
Per capire quella notte bisogna rimettere la telefonata dentro la cronologia, non usare la telefonata per leggere tutto ciò che è accaduto prima.

Che cosa cambia quando la si rimette dentro la cronologia ?

Innanzitutto cambia la percezione del tempo.
L’impatto avviene alle 21:45:07. Alle 00:17 il comandante Schettino è fuori bordo.
La telefonata con il comandante Gregorio De Falco arriva all’1:46.
Sono momenti diversi di una vicenda che evolve continuamente.
Gli orari non sono dettagli: fanno parte dei fatti.

E c’è un altro elemento.
Alle 1:46 il comandante De Falco non dice semplicemente a Schettino di tornare sulla nave.
Gli indica una modalità precisa : portarsi con la scialuppa sotto la prua, lato dritto, raggiungere una biscaggina e salire da lì.
Nella stessa telefonata Schettino cerca di spiegargli l’assetto della nave, dicendo che è inclinata di 90 gradi.
A quell’ora il lato di dritta della Concordia è ormai sommerso.
Per questo ritengo che quella specifica via di risalita non fosse praticabile.
Eppure quell’ordine continua a essere ricordato come se potesse essere eseguito.
Ed è qui che c’è un particolare che trovo molto interessante.
Ne parlai direttamente con il comandante Gregorio De Falco nella Sala Operativa della Capitaneria di Porto di Livorno.
Parlammo per quasi tre ore.

Per spiegarmi perché, secondo lui, risalire sulla Concordia fosse possibile, richiamò Mario Pellegrini, il vicesindaco del Giglio, che quella notte era riuscito a salire a bordo.
È un argomento che De Falco ha ripetuto anche pubblicamente negli anni successivi.

Che cosa non la convince di questo paragone ?

La cronologia. Pellegrini riesce a salire a bordo intorno alle 23.
De Falco impartisce quell’ordine a Schettino all’1:46.
Sono trascorse quasi tre ore e nel frattempo l’assetto della Concordia è cambiato radicalmente.
Il fatto che Pellegrini sia riuscito a salire sulla nave intorno alle 23 non dimostra che all’1:46 fosse praticabile la specifica via indicata a Schettino.
Ancora oggi vedo richiamare Pellegrini come risposta alla domanda sulla possibilità di risalire, senza che quasi mai venga messa accanto l’ora in cui Pellegrini salì e quella della telefonata.
Se vogliamo capire quella notte, dobbiamo restituire a ciascun fatto il suo tempo.

Quanto ha contato la cronologia nel suo lavoro sulla Concordia ?

Moltissimo.
C’è stato un momento, in particolare, nel quale una sequenza di fotografie mi ha permesso di ricostruire con grande precisione una fase di quella notte.
Enzo Russo, fotografo arrivato al Giglio, mi aveva consegnato una chiavetta con centinaia di fotografie.
Guardavo gli scatti uno per uno, li ingrandivo, controllavo orari e metadati.
A un certo punto mi accorsi che alcune immagini appartenevano alla stessa sequenza. Documentavano ventuno minuti delle fasi finali del ribaltamento della Concordia, dalle 00:07 alle 00:28.

Perché quei ventuno minuti erano così importanti ?

Perché il comandante Schettino è fuori bordo alle 00:17, pochissimi istanti prima del definitivo ribaltamento della nave.
Quelle fotografie documentavano proprio quella fase finale.
Volevo capire quando e in quali condizioni della nave viene collocato fuori bordo. Schettino aveva sempre sostenuto di essere stato ancora a bordo mentre la nave si ribaltava, tanto da avere la percezione che gli stesse cadendo addosso.
Quelle fotografie permettevano di seguire l’evoluzione dell’assetto della Concordia minuto per minuto e di confrontarla con gli orari della ricostruzione processuale. Quando misi insieme immagini, metadati e cronologia, ricordo di aver battuto una mano sul tavolo e di aver detto ad alta voce: «Sta dicendo la verità».
Mi riferivo esattamente a questo : era ancora a bordo pochissimi istanti prima del ribaltamento.
Due fotografie tratte da quella sequenza furono successivamente acquisite agli atti del processo.

Lei ha seguito tutte le 72 udienze celebrate a Grosseto e poi l’intera vicenda giudiziaria.
Quanto era difficile, in quegli anni, introdurre elementi che non coincidevano con il racconto dominante?

Molto.
Il clima era fortemente polarizzato.
La telefonata aveva prodotto una rappresentazione potentissima della notte della Concordia.
Ricostruire gli orari, introdurre altri fatti, parlare delle diverse condotte o mettere in discussione un passaggio di quella telefonata poteva essere percepito come un tentativo di difendere il comandante Schettino.
Ma raccontare in modo dettagliato un evento, allontanandosi dalla sua semplificazione, non significa difendere qualcuno.
Significa raccontarlo meglio.

Oggi le sembra che ci sia più spazio per farlo ?

Credo di sì.
Forse sono serviti il tempo e la distanza.
E ritrovare oggi nel documentario alcuni elementi sui quali lavoravo già allora mi sembra significativo soprattutto per questo.
Non lo considero un riconoscimento personale.
Mi interessa perché significa che certe domande possono finalmente essere ascoltate per quello che sono.

L’errore del timoniere è un fatto.
I concorsi colposi richiamati dalla sentenza sono fatti.
Le considerazioni del Tribunale sulla posizione di Bosio sono negli atti.
La cronologia è un fatto.
Non dobbiamo avere paura di aggiungere elementi che rendono più preciso il racconto di ciò che accadde quella notte.
Forse oggi la distanza ci permette finalmente di farlo con maggiore equilibrio.

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